La democrazia non è garantita: è una responsabilità quotidiana
Per molti decenni, in Europa, la democrazia è stata percepita come una conquista definitiva.
Una volta ottenuta, sembrava destinata a durare nel tempo, protetta dalle istituzioni, dalla crescita economica e da un consenso sociale diffuso.
Oggi sappiamo che non è così.
Negli ultimi anni, anche nel cuore delle democrazie occidentali, assistiamo a segnali chiari di indebolimento: partecipazione in calo, sfiducia verso le istituzioni, concentrazione del potere decisionale, linguaggio politico ridotto a slogan, crescita di forme di autoritarismo che spesso si presentano come efficienza.
La democrazia, però, non crolla all’improvviso, si consuma lentamente, quando smette di essere praticata.
Accade quando i cittadini vengono chiamati a votare, ma non a partecipare.
Quando le decisioni diventano tecniche, opache, lontane dalla comprensione delle persone.
Quando il potere si allontana dai territori e la politica rinuncia alla propria funzione di mediazione, responsabilità e scelta.
Questo processo si inserisce in un contesto globale complesso: crisi geopolitiche, competizione tra grandi potenze, trasformazioni tecnologiche profonde, uso crescente dell’intelligenza artificiale nei processi decisionali e informativi.
Tutti fattori che aumentano la distanza tra chi decide e chi subisce le decisioni.
Il risultato è un paradosso sempre più evidente: più le decisioni diventano rilevanti, meno le persone si sentono coinvolte.
Parlare oggi di democrazia non significa difendere un’astrazione.
Significa chiedersi come renderla di nuovo comprensibile, concreta, praticabile.
La democrazia non è solo una procedura elettorale.
È una pratica quotidiana fatta di:
- trasparenza nelle decisioni,
- partecipazione reale,
- responsabilità di chi governa,
- rispetto delle minoranze,
- possibilità effettiva di incidere sulle scelte che riguardano la vita delle persone.
In questo quadro, il ruolo dei territori diventa centrale.
La Romagna ha una storia e una struttura sociale che affondano le radici nella cooperazione, nella solidarietà, nel lavoro condiviso e in un forte senso di comunità.
Non come retorica identitaria, ma come esperienza concreta.
Proprio per questo, la Romagna è chiamata a una domanda scomoda ma necessaria:
che ruolo vogliamo avere nella difesa e nel rinnovamento della democrazia nel mondo che cambia?
Non si tratta di contrapporsi a qualcuno, né di rivendicare primati morali.
Si tratta di assumersi una responsabilità politica: dimostrare che la democrazia funziona meglio quando è più vicina alle persone e quando i territori non sono semplici articolazioni amministrative, ma luoghi di decisione.
In un’epoca in cui il potere tende a concentrarsi – negli Stati, nei grandi blocchi geopolitici, nelle piattaforme tecnologiche – i territori possono diventare spazi di resilienza democratica.
Non contro qualcuno, ma contro l’idea che la complessità giustifichi l’esclusione dei cittadini dalle scelte.
Difendere la democrazia oggi significa anche riconoscere che deve essere rinnovata.
Non bastano le formule del passato: servono nuovi strumenti, nuovi linguaggi, nuove forme di coinvolgimento.
È da questa consapevolezza che nasce il percorso di Rumâgna Unida.
Un percorso che non promette soluzioni semplici, ma parte da una convinzione chiara:
la democrazia non è garantita.
È una scelta quotidiana.
E ogni generazione è chiamata a rinnovarla.
