Per una nuova governance europea delle risorse territoriali

Apr 11, 2026

Prima bozza di proposta politico-tecnica

L’Unione Europea dispone già di strumenti finanziari potenti e differenziati: politica di coesione, programmi diretti, InvestEU, Interreg e, fino al 2026, la coda operativa del RRF/PNRR. Il problema non è l’assenza di mezzi. Il problema è il modo in cui quei mezzi vengono distribuiti, governati e trasformati in risultati territoriali.

Se la prossima fase europea vuole davvero rafforzare la coesione, non può limitarsi a spostare fondi dentro piani nazionali o regionali più grandi e più centralizzati. Deve introdurre una governance europea delle reti territoriali che premi la cooperazione reale, limiti la concentrazione delle risorse e renda trasparenti tutti i passaggi decisionali.

1. Obbligo di partenariato territoriale europeo per i progetti strategici

I grandi progetti di sviluppo territoriale, innovazione, transizione energetica, logistica, sanità di prossimità e resilienza climatica non dovrebbero più essere finanziati a favore di un solo territorio isolato, salvo eccezioni motivate. Dovrebbero richiedere la presenza di più territori europei in partenariato, con caratteristiche anche diverse ma complementari.

Questo principio produrrebbe tre effetti:

ridurrebbe la concentrazione delle risorse, obbligherebbe alla cooperazione e aumenterebbe la diffusione delle competenze tra territori forti e territori meno strutturati.

2. Doppio canale di allocazione: automatico e valutativo

Per una parte dei fondi dovrebbe valere un meccanismo di assegnazione semi-automatica quando il progetto soddisfa in modo pieno criteri oggettivi e pubblici, per esempio:

  • numero minimo di territori UE coinvolti;
  • equilibrio tra territori più forti e territori meno dotati;
  • dimensione della popolazione potenzialmente beneficiaria;
  • effetti misurabili su energia, innovazione, occupazione, coesione o resilienza;
  • qualità tecnica e interoperabilità dei dati usati.

Quando invece i requisiti non siano soddisfatti integralmente, ma il progetto presenti una forte plausibilità strategica, dovrebbe intervenire una valutazione tecnica europea dedicata, condotta da uffici UE o strutture indipendenti incaricate dalla Commissione.

Questo sistema avrebbe il vantaggio di ridurre la pura discrezionalità senza rinunciare alla capacità di valutare casi complessi.

3. Quota obbligatoria per reti territoriali inclusive

Per evitare che il nuovo sistema venga dominato da territori già forti, una quota delle risorse europee dovrebbe essere riservata a reti che includano obbligatoriamente anche territori con minore capacità amministrativa o minore accesso storico ai fondi.

Non come misura assistenziale, ma come regola di equilibrio del sistema.

Un partenariato composto solo da territori forti dovrebbe essere meno premiato di una rete costruita in modo più equilibrato. Questo aiuterebbe a correggere uno dei difetti più evidenti dell’attuale funzionamento competitivo dei fondi.

4. Trasparenza integrale dalla progettazione alla rendicontazione

Qui il punto va detto con nettezza: la viscosità burocratica non è solo europea o statale. Spesso si riproduce nei territori, e in forme ancora più insidiose, perché si muove attraverso relazioni, co-interessi, reti di convenienza e opacità ambientale.

Per questo una riforma pro-territori ha senso solo se accompagnata da una trasparenza radicale, che includa:

  • pubblicazione in formato aperto di tutte le proposte presentate;
  • pubblicazione dei criteri di valutazione e dei punteggi;
  • pubblicazione dei dati di avanzamento, dei costi e degli indicatori di risultato;
  • obbligo di consultazione pubblica documentata nei territori coinvolti;
  • momenti pubblici in presenza di delegati UE, non solo online ma anche sul territorio.

La trasparenza non deve essere una vetrina finale. Deve essere la struttura del processo.

5. Separazione rigorosa tra progettazione, valutazione e controllo

Per ridurre cattura politica e relazionale, i tre livelli devono restare distinti:

  • chi progetta non valuta;
  • chi valuta non gestisce;
  • chi controlla non dipende da chi ha approvato il progetto.

Questo principio dovrebbe diventare una condizione minima dei nuovi strumenti europei territoriali.

6. Fondo europeo per la capacità istituzionale territoriale

Se non si interviene qui, il sistema continuerà a favorire chi è già organizzato.

L’UE dovrebbe istituire una linea stabile di finanziamento dedicata alla capacità progettuale dei territori, destinata a:

  • uffici Europa territoriali;
  • formazione di personale tecnico e amministrativo;
  • piattaforme comuni tra territori partner;
  • assistenza tecnica condivisa;
  • strumenti digitali di monitoraggio e open data.

La questione non è solo finanziare i progetti. È mettere più territori in condizione di poterli costruire bene.

7. Misurazione dell’impatto reale, non solo della spesa

Uno dei difetti più noti dei fondi europei è la distanza tra adempimento formale e risultato sostanziale. Per questo il criterio non può essere solo “quanti soldi sono stati spesi”, ma “quali effetti territoriali sono stati prodotti”.

I progetti dovrebbero essere valutati con indicatori semplici ma severi, legati a:

  • occupazione reale;
  • riduzione dei costi energetici;
  • aumento della connettività territoriale;
  • miglioramento dei servizi;
  • riduzione delle disuguaglianze tra territori partner;
  • capacità di rendere strutturale la cooperazione oltre il singolo progetto.

8. Presidio democratico del Parlamento europeo e dei territori

Se il prossimo MFF riorganizza fondi e governance, allora il controllo democratico non può ridursi ai governi nazionali e alla Commissione. La proposta EFA insiste giustamente sul ruolo del Parlamento europeo e sulla necessità di non marginalizzare autorità locali e regionali.

Da questo dovrebbe derivare un principio ulteriore: i programmi territoriali di nuova generazione dovrebbero essere monitorati non solo dalla Commissione e dagli Stati, ma anche da:

  • una reporting line periodica al Parlamento europeo;
  • organismi territoriali consultivi riconosciuti;
  • meccanismi pubblici di audizione dei territori partner.