Senza giustizia sociale non c’è libertà e senza potere romagnolo non c’è giustizia sociale.
La parola libertà è tra le più utilizzate nel linguaggio politico contemporaneo.
Spesso, però, viene ridotta a un concetto astratto o esclusivamente individuale, separato dalle condizioni concrete in cui le persone vivono.
Eppure, la libertà non è mai solo formale.
Non basta proclamare diritti se poi, nella vita quotidiana, quei diritti restano difficili da esercitare.
La libertà diventa reale solo quando esistono condizioni materiali e sociali che permettono a ciascuna persona di vivere con dignità.
È qui che entra in gioco la giustizia sociale.
Senza giustizia sociale, la libertà rischia di trasformarsi in un privilegio riservato a pochi: un concetto vuoto per chi non ha accesso a cure adeguate, a un’istruzione di qualità, a un lavoro dignitoso, a una rete di protezione nei momenti di difficoltà.
La Romagna ha costruito una parte importante della propria identità sociale attorno a questa consapevolezza.
Storicamente, la ricerca di maggiore equità non è stata vissuta come un limite alla libertà individuale, ma come la sua condizione necessaria.
Le esperienze di cooperazione, mutualismo, sanità pubblica territoriale e welfare di prossimità nascono da un principio semplice e potente: nessuno è davvero libero se vive nell’insicurezza permanente.
Oggi questo principio è messo alla prova da trasformazioni profonde: precarizzazione del lavoro, aumento delle disuguaglianze, invecchiamento della popolazione, nuove povertà, erosione di alcuni servizi pubblici.
In Romagna c’è un punto che non possiamo più ignorare, se vogliamo parlare seriamente di giustizia sociale.
Il problema non è solo “cosa” manca, è anche “chi decide”.
In teoria, i diritti sociali valgono ugualmente ovunque.
In pratica, però, i diritti diventano reali solo se sono accompagnati da scelte operative: investimenti, organizzazione, priorità, gestione e qui sta il nodo romagnolo: da decenni molte decisioni strategiche vengono centralizzate in Emilia o comunque indirizzate da un centro politico-amministrativo distante dalle necessità quotidiane di questo territorio.
Questo non produce soltanto “ritardi” o “incomprensioni”, ma produce una conseguenza più grave: rende strutturali le disuguaglianze, perché un territorio che non decide viene trattato come periferia.
Quando un territorio viene trattato come periferia diventa un territorio fragile.
Il falso conflitto tra efficienza e diritti serve solo a giustificare i tagli.
Nel dibattito pubblico si costruisce spesso un falso conflitto tra efficienza economica e protezione sociale, come se garantire diritti e servizi fosse un ostacolo allo sviluppo.
La realtà dimostra il contrario: le società più coese, con minori disuguaglianze e sistemi di welfare solidi, sono anche quelle più resilienti, più capaci di affrontare le crisi e investire nel futuro.
La giustizia sociale non è un freno, è un’infrastruttura invisibile che rende possibile la libertà.
L’ingiustizia si regge anche su un meccanismo umano: la cultura del privilegio.
C’è però una seconda verità, più scomoda, che spesso non si dice.
La centralizzazione dei poteri non produce solo decisioni lontane, produce anche un’abitudine mentale: accettare tassi di ingiustizia generale in cambio di piccoli privilegi personali o di ambito.
È la logica del “non è giusto, ma conviene”.
Uno dei motivi per cui certe distorsioni durano così a lungo: perché non serve che tutti siano d’accordo.
Basta che un numero sufficiente di persone si adattino.
Questa è la forma più silenziosa di ingiustizia: quella che non scandalizza più nessuno.
Ecco perché Rumâgna Unida vuole mettere la questione sul tavolo in modo netto: la giustizia sociale non si difende con le frasi corrette, si difende con il coraggio di cambiare il rapporto tra territorio e potere.
La soluzione è chiara: decentramento romagnolo delle decisioni.
Difendere la giustizia sociale oggi significa anche aggiornare strumenti e servizi, ma soprattutto significa una cosa: riconquistare capacità decisionale romagnola sulle scelte che riguardano direttamente questa terra.
Perché la giustizia sociale funziona solo se:
• legge bisogni reali e locali,
• stabilisce priorità coerenti con il territorio,
• risponde in tempi rapidi,
• si assume responsabilità davanti ai cittadini.
Decentramento romagnolo non significa “separarsi per principio”, significa decidere vicino ai problemi, significa impedire che le fragilità diventino periferia, e che la libertà venga distribuita a macchia di leopardo.
Una scelta di fondo: libertà come bene collettivo, non come premio per pochi.
In un mondo segnato da incertezza e competizione, la tentazione di ridurre le politiche sociali è forte, ma è una tentazione miope.
Una società che rinuncia alla giustizia sociale indebolisce la propria coesione, alimenta conflitti, erode fiducia e senza fiducia, anche la libertà perde significato.
Per questo, nel percorso che la Romagna intende intraprendere, la giustizia sociale non è un capitolo secondario, è una scelta di fondo.
Una scelta che afferma che la libertà non è un bene individuale da difendere contro gli altri, ma un bene collettivo da costruire insieme.
Oggi, per la Romagna, questa costruzione passa da una condizione imprescindibile: decentramento romagnolo del potere decisionale.
